Violenza sulle donne: la Valle Caudina non ne è immune

By on 25 novembre 2016

Agnese oggi avrebbe 47 anni, Teresa, invece, 29. L’otto dicembre saranno trascorsi 17 anni, era la mattina dell’otto dicembre del 1999, dalla strage dell’Immacolata di San Martino Valle Caudina. Allora non si parlava ancora di femminicidio, ma gli uomini hanno sempre ucciso e fatto del male alle donne. Lo hanno fatto anche in maniera più cruenta del solito, in quanto R. I., quel giorno, decise di cancellare tutta la sua famiglia, facendo saltare in aria la palazzina a due piani in via Crocevia. Prima, però, accoltellò la moglie e la figlia Teresa, che di anni ne aveva dodici, che tentò invano di proteggere la mamma. Solo a pensare a quella ragazzina che tenta di fare scudo con il suo corpo alla mamma, viene la pelle d’oca, un esserino minuscolo che stava sbocciando alla vita tentò, invano, di fermare la furia omicida di un uomo.  Fortunatamente, l’estremo sacrificio della mamma e di Teresa, riuscirono a mettere in salvo gli altri tre figli. In una giornata come questa, dedicata a dire no alla violenza sulle donne, ci è sembrato giusto ricordare questa tragedia dell’otto dicembre del 1999. Quel giorno, c’era il sole, faceva solo un po’ più freddo, ma nulla di paragonabile al freddo che penetrò nelle ossa dei soccorritori quando arrivarono, videro la palazzina distrutta ed estrassero i corpi senza vita della madre e della figlia, mentre il padre riuscì a scamparla. Quell’uomo non doveva, ma soprattutto non poteva essere lì, in quanto era accusato di violenza sessuale su una delle figlie e si trovava agli arresti domiciliari dall’altra parte del paese, nella casa del padre. Ma arrivò al crocevia e scatenò l’orrore. Passano gli anni, si cambia paese, arriviamo a Cervinara, ma non cambia l’efferatezza e la crudeltà dei gesti. E. A. aveva 40 anni. Il 17 agosto, del 2011 intorno alle 15,00, era tornata da una dura giornata di lavoro tra i campi. Faceva un caldo torrido, i vestiti si appiccicavano addosso, ma lei come sempre, si era recata a sgobbare, in quanto la sua era l’unica entrata certa della famiglia. Al ritorno l’attende il marito, sull’uscio della porta, in via San Cosma. L’attende non per abbracciarla o per consolarla, ma per spararle un colpo di pistola al petto e mettere fine alla sua vita. Storie di vite spezzate, storie crudeli, che fanno capire come la violenza sulle donne non sia avulsa, purtroppo, dalla Valle Caudina. Anzi, queste proprio a causa della loro drammaticità sono uscite dal cono d’ombra, in cui se ne trovano tante, purtroppo, troppo altre. Anche quelle sono fatte di sangue, di botte, di violenze sessuali, psicologiche, di torture vere e proprie, ma spesso manca la forza, il coraggio per farle venire fuori. Sono storie di donne e di piccoli uomini, no, forse, chiamarli uomini è davvero troppo, perché sono delle bestie, tenendo nel massimo rispetto la condizione animale. Sono storie che faticano a venire fuori, per tanti motivi. C’è la paura di denunciare, la speranza che quelle bestie possano tornare umane, c’è anche un maledetto senso di colpa, come se quelle botte le meritassero. Ad ascoltare e raccogliere certe storie, restiamo senza parole. Non abbiamo certo la soluzione, magari ce ne fosse una sola, ma sappiamo solo che bisogna denunciare, e soprattutto educare le nuove generazioni al rispetto per la donna. Solo così si può tentare di infrangere il muro di omertà, il silenzio assordante che avvolge queste vite.

 

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