Valle Caudina: Ho letto per me e per voi, Il Romanziere di Domenico J. Esposito

By on 9 ottobre 2018

Se volete leggere una storia avvincente, con la classica trama fatta di colpi di scena, non comprate Il Romanziere, di Domenico J. Esposito.
Se, al contrario, volete leggere un libro dalla trama esile sì, ma importante, in fondo intensa, gradevole nella lettura pur nella serietà dei contenuti, avete trovato il libro giusto.
Il Romanziere, Ed. Eretica, 2018, offre uno spaccato sulle difficoltà che incontra un giovane scrittore, privo di mezzi economici, che non vuole piegarsi ai gusti della “maggioranza” pur di avere successo, che vuole rimanere coerente con le sue idee.
Se vi va questa idea, comprate Il Romanziere.
Non è banale. Anzi, espone riflessioni circa l’esistenza umana con essenzialità e profondità, senza ricorrere ad artificiosi paroloni. È la storia di uno scrittore che rischia di impazzire perché vede avverarsi fatti che ha immaginato essere successi ad alcuni protagonisti dei suoi romanzi o racconti.
Si tratta di un caso? È diventato un menagramo? Ha poteri soprannaturali?
Gli eventi sono quasi un pretesto per parlare, in modo martellante ma sincero, senza ipocrisie o inibizioni, del disagio, della solitudine, delle difficoltà relazionali, umane, sociali di un giovane scrittore, l’autore stesso, che ha il coraggio di interrogarsi sulla vita, sul ruolo dell’arte, di lanciare domande al mondo esterno, ostile, o peggio ancora, indifferente.
Le frasi di Gogol’ e Smith poste prima dell’inizio del libro ne sono un’emblematica sintesi.
Il romanzo ha un inizio vivace, dinamico, fatto di capitoli brevi che facilitano la lettura. Poi, il tono diventa più pressante, con una sorta di “nevrosi calma”, a mano a mano che cresce il disagio del protagonista.
Nella storia ritornano tematiche care all’autore: la follia, il suo paese, già presenti nel primo romanzo, “La città dei matti”. Non abbiamo letto il secondo e il terzo romanzo, ma il terzo ha come titolo “Il mondo malato”…
L’altro tema ricorrente, lo anticipavamo poc’anzi, è il suo paese, Cervinara, anche se nel primo romanzo l’autore non lo cita in modo esplicito. Quando, insieme agli allievi, qualche anno fa, abbiamo letto “La città dei matti” abbiamo riconosciuto i luoghi e i ragazzi hanno individuato, uno ad uno, “i matti”. Il Romanziere, pur mostrando qualche fragilità, presenta pillole di analisi molto riuscite; penso ai passi sulla noia (p. 23), a ciò che l’autore ama, esposto con frasi di tale efficacia da poter essere assunte come aforismi:
«Sii te stesso dicono. Non sanno quanto sia difficile essere me»; «Dovresti sapere che la verità non sta nel mezzo, ma nel fondo: E spesso ci resta».
Il libro esprime l’angustia e il grigiore della vita di un paese delle zone interne. Sembra, in alcune parti, apparentemente essere ripetitivo, con momenti di vita quotidiana che ritornano in una sorta di routine sempre uguale. In realtà, non è reiterazione senza senso.  È il vissuto di una piccola provincia, chiusa e asfittica. È realtà.
Perché, l’autore lo sostiene fin dal primo romanzo e nelle sue interviste, il genere letterario a cui è ascrivibile la sua produzione è il realismo sociale con forti connotati psicologici.
Il romanzo, a mio avviso, va letto. Ne vale la pena.
Certo, si può auspicare che l’autore esca dal suo paese, nei confronti del quale esprime un sentimento contraddittorio di amore-odio, in modo da arricchirsi di nuove esperienze che gli permettano uno sguardo diverso, un pensiero laterale. Tuttavia, abbiamo trovato quel sentimento che percorre l’intero romanzo raccontato in modo semplice e schietto, in particolare in un passo (pp. 22-23), tra i più belli e intensi del romanzo.
Viaggiare, uscire per rientrare, è un desiderio che l’autore stesso esplicita senza giri di parole.
Noi ci sentiamo di incoraggiare questo desiderio per un autore che merita di più dal suo Paese, dalla sua gente.
E non è vero che il suo sia un libro triste e pessimistico. È invece un romanzo in cui si racconta un sogno (che sia di una casa, di un figlio o, come nel caso del protagonista, di un lavoro che appaghi non importa).
Un sogno che non va spezzato ma favorito e alimentato affinché diventi realtà.
Domenico Esposito scrive pagine forti sulla voglia di farcela come “romanziere”, sulla sua motivazione, sul desiderio di «non gettare la spugna». E c’è un passo sull’arte in cui il tono accorato e appassionato si trasforma in un grido di dolore misto a speranza che non può essere ignorato: «Qualcuno spieghi che l’arte non è mai perdita di tempo, ma l’ultimo scoglio al quale aggrapparsi quando si sta per annegare, l’ultima corda per salvarsi quando si sta per cadere nel precipizio […] Qualcuno lo spieghi a coloro che considerano gli artisti dei parassiti. […] L’arte è sopravvivenza per un uomo che, senza l’arte, sarebbe già morto o almeno non sarebbe vivo».
Non vi pare che ci sia determinazione, forza e desiderio di futuro?

Enza Crisci

 

 

 

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