Valle Caudina: Le anime morte e la casa degli avi

By on 15 febbraio 2018

Per la verità ero un po’ riluttante a tornare sul tema. Mi sembrava che fossi stato chiaro nel porre il problema e nell’individuare le responsabilità.
Ma alcuni consensi che mi sono pervenuti direttamente, le sollecitazioni di qualche amico, che stimo, e vive lontano, ma è partecipe della vita della nostra comunità, la consapevolezza che tutti i dirigenti dell’associazione che produce e fa vivere questo mensile erano, ancora una volta, in prima linea nel sostenere la crescita culturale e civile della nostra valle, hanno vinto la mia ritrosia ad occuparmi di nuovo di Caudio. Ed ecco come io vedo la situazione.
Debbo, innanzitutto, informare i lettori che nessun sindaco, nessun consigliere comunale, nessuno assessore alla cultura o addetto ad altri rami si è fatto vivo con me, con il direttore del giornale o con altri media. Un silenzio plumbeo, pesante e da “nullisti”. Solo il sindaco del mio comune, Pisano, ha avuto l’amabilità di informarmi che, a seguito del mio editoriale, l’amministrazione di San Martino si sarebbe fatta carico di riaprire il discorso su Caudio a tutti i livelli: comuni caudini, province, Regione e Ministero dei beni culturali.
Il sindaco, Pisano, mi ha anche detto che avrebbe parlato del problema ai dirigenti del partito cui lui fa riferimento.
Per dovere di cronaca, dirò ai miei lettori qual è stata la mia risposta. Ho promesso al sindaco, arrogandomi anche la rappresentanza de “Il Caudino”, l’appoggio e la collaborazione ad ogni iniziativa, seria e concreta, che dovesse svilupparsi; che la buona volontà di impegnarsi o di un’opera di ampio respiro come la rinascita di Caudio e la connessa richiesta di dichiarare la sua area “patrimonio dell’umanità” tutelato dall’Unesco, non sfociasse in qualche altro inutile, verboso, infecondo convegno o manifestazioni municipali.
Il tempo è scaduto da un pezzo. Oggi parlano i fatti.
Il mio congedo dal sindaco è stato franco e senza giri di parole. Gli ho detto, a malincuore, testualmente: “Vi auguro di raggiungere il vostro obiettivo. Ma sono scettico. L’esperienza mi dice che non caverete un ragno dal buco.”
Il silenzio plumbeo di cui parlavo ha avvolto anche quella Istituzione che si chiama “Città Caudina”, un lenzuolo pieno di rattoppi che copre il vuoto; ha avvolto le soprintendenze competenti su Caudio che hanno stipato nei depositi i reperti della città dei nostri capostipiti; ha avvolto anche tutti i ricercatori e gli archeologi che si sono mossi alle pendici del Taburno e non hanno pubblicato uno straccio dei loro studi e delle loro rilevazioni. A tutti i personaggi silenti per iattanza, indifferenze od opacità interiore, consiglio di leggere “Le anime morte” di Gogol: si ritroveranno nello spirito del personaggio centrale Cicikov, il quale rappresenta non solo la furbizia ma anche la mediocrità e una strisciante prepotenza.
Questo mio impegno su Caudio nasce anche da una bizzarra singolarità: il mio paese – S. Martino Valle Caudina – è l’unico che, nel nome, specifica la nostra ascendenza. Questo blasone appartiene solo al ritaglio di terra sotto l’Acerone. Né Montesarchio, né Bonea, né Forchia, eredi più legittimi di Caudio, vantano questo fregio. Il mio richiamo alla specificità “del natio borgo selvaggio” non è dettato da campanilismo o primazie. E’ un’annotazione, forse mai colta, che accresce responsabilità e la indicazione di una progenie. I responsabili delle amministrazioni comunali, i detentori del potere decisionale sul territorio, se vogliono seriamente operare su Caudio, debbono fare, in primo luogo, una scelta pregiudiziale e fondamentale: stabilire un progetto, chiaro e senza equivoci, che rilanci “lo scavo di Caudio”. Non bastano le poche tombe dissepolte; non bastano i pochi anellini che fanno bella mostra di sé nelle bacheche del museo di Benevento. Che senso ha un museo a Montesarchio – altro silente – se non lo si vivifica con l’inestimabile patrimonio del capoluogo dei caudini che dorme da millenni inesplorato? Credo che la soprintendenza abbia tutta la documentazione scientifica sull’area archeologica di Caudio; che ne conosca il perimetro e la struttura della città antica o del piccolo centro che fosse. Sono convinto che ci siano agli atti rilievi aerofotogrammetrici, sondaggi e altro materiale che consentano di definire una mappa della situazione, anche alla luce della massa edificatoria calata lungo l’Appia.
Ma io non sono un tecnico e come diceva l’aforisma romano: “il ciabattino non deve andare oltre la scarpa”. Lo scenario mi appare abbastanza chiaro anche in alcuni passaggi “politici”. L’impresa di “scavare Caudio” è difficile e onerosa. Non mancheranno intralci burocratici di ogni tipo; prefiguro guerre di competenze e gelosie fra studiosi; bisogna fare i conti con i fondi e il macro bilancio dello Stato. In questa ottica, l’orizzonte deve arrivare a Bruxelles per attingere alle casse dell’Europa che è molto attenta e oculata quando finanzia operazioni culturali. Tutto questo itinerario non si compie e i faldoni con gli incartamenti prenderanno il sopravvento se ci sono al comando “le anime morte”. Il titolo del romanzo va riferito anche alla classe politica sannita e irpina che non ha mai legato il suo nome a un progetto di valorizzazione civile e culturale dell’area caudina. Ci sono troppe “anime morte” in giro nel nostro paese e l’Italia è sfibrata dalla decadenza. Nella nostra valle, ingiustamente dimenticata, vogliamo sperare nella casa degli avi. Caudio è oggi sotto terra, al buio di secoli e ignorata dall’archeologia.
Resto scettico. Lo dico a chiare lettere. Ma “il sole” – diceva in una poesia Primo Levi – “esce anche a Crescenzago…”.

Gianni Raviele

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